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Brevi considerazioni e un racconto dedicati a tutti gli intervenuti al IV incontro nazionale dei centri interculturali: “Tra memoria e progetto, bambini e famiglie tra due culture”. Arezzo, 11 e 12 ottobre 2001. Con un grazie di cuore a Graziella Favaro, del Centro Come di Milano.
Cara amica, caro amico,
per due giorni siamo stati insieme e ci siamo confrontati su un tema che ci è caro. Vi ho visto decisi, consapevoli, volitivi. Il sorriso segnava i vostri volti, le vostre storie.
Ho molte cose da dirvi perché nuotiamo in un mare pescoso, ma so che non è questa l'occasione. Altri saranno gli spazi e i momenti per i pensieri più articolati.
Oggi desidero solo ricordarvi, ricordarmi dei vostri visi e delle vostre utopie, e per questo regalarvi un racconto di mia invenzione, nato in quei giorni, vivente per le scintille che li hanno illuminati.
Eravamo stretti nelle sale, ma silenziosi e attenti e si avvertiva il peso del viaggio e della responsabilità. Fuori, in altre stanze, le valigie ricordavano la migrazione, a chi migra e a chi ha casa ma migra perché migranti sono i pensieri. Quelle valigie erano le nostre.
Guardandovi, segnando sui miei taccuini il piacere della discussione che ci legava e dell'invito al dialogo, quando le culture sono due ma anche nessuna e centomila, quando ogni agire ed ogni proposito si carica del peso degli uomini e della vita, che sembra fermarlo a terra come un macigno, la disponibilità delle vostre parole e dei vostri atti mi ha colpito. E più mi ha colpito la tenacia quotidiana delle vostre azioni, del modo in cui lasciate che i propositi e i pensieri si facciano carne e gesto, pur nella reale difficoltà d'operare nel pieno delle scelte che formano il nostro agire.
Le scintille.
In mezzo alla sala che avevamo fatta nostra, questa tenacia, l'ho vista come sudore e fatica mai inutili, ma carichi di una necessità non sempre comprensibile (se non per noi, per chi ci sta accanto). Come se stessi guardando uomini che compissero le più grandi fatiche per un obiettivo che per molti non vale la pena di perseguire. Come se di fronte alla montagna non fosse sufficiente il tempo di una vita per superarla e la ragione ripetesse al cuore impavido: “che fai! Sta fermo! Dove vuoi andare! Quant'è più semplice restare qui dove sei!”
Semplicità. Quanto sarebbe più semplice fermarci dove siamo. Chiudere le porte. Continuare a colonizzare. Ne abbiamo i mezzi e le possibilità. Eppure proseguiamo ad incontrarci, consumando risorse importanti per tutti noi, e a cercare soluzioni complesse, a sfondare porte affinché sia più facile per i nostri vicini venire a farci visita, trovarci, vederci vivere ed operare.
Semplicità contro complessità. Sì, ho visto vivere la complessità nei vostri occhi e nelle vostre parole. Quella visione complessa che da sempre ci ha portato a superare gambe, mani e intelligenza. Che ha spinto lo scienziato ad individuare strutture molecolari d'esistenza. Il religioso entità divine.
Ne sono stato felice, perché in questa complessità io mi ritrovo, come uomo. Sento che appartiene al vivere di questa specie beata e maledetta. Sento che è nostra e d'ogni antenato che ci ha preceduto, dal primo all'ultimo. Di quegli antenati che ci hanno permesso di continuare a sopravvivere e a moltiplicarci. Di fronte alla semplicità del pensiero e dell'agire, che potrebbe indurci oggi a rinchiuderci nelle nostre fortezze, io la rivendico come unica arma giusta e degna per continuare a sopravvivere e a sviluppare, nella complessità del contemporaneo, nuove forme di convivenza e di eticità.
Già troppe le parole concludo e vi ringrazio. Se delle scintille ho parlato, cercando di limitare il verbo per lasciare il piacere alle riflessioni di continuare a segnare limiti valicabili, qui sotto troverete il racconto che vi ho dedicato. Non lo commento, ma lascio che siate voi a commentarlo. Ho ritenuto giusto chiamare i protagonisti con i nomi delle note musicali così come li coniò Guido Monaco, aretino d'eccezione. Un altro modo per ricordarci che è ad Arezzo che ci siamo incontrati. Ma la ragione di tale scelta risiede anche nelle particolarità strutturali (melodiche e poi armoniche) delle note che individuano i personaggi. Ut, il tenace, il curioso, è colui che esplora e che dà vita al compiersi musicale (occidentale, certo, ma perdonatemi). Da lui nasce il canto, in lui finisce. Si, il semplice, il pauroso, è colui che tende a Ut e che per questo teme di scomparire. La, il nuovo, il migrante, è colui che ha bisogno di un Si per farsi Ut e dare vita a nuovi canti. Non c'è buona melodia che regga senza un reciproco rapporto fra questi tre soggetti.
Si racconta che di qua dal fiume, dove la convivenza è ancora un frutto acerbo, vivevano due vicini. Avevano entrambi grandi case e grandi giardini ed ogni sera, all'ora del tramonto, si incontravano accanto al recinto che li separava per discutere di cavoli e di verdure. Uno si chiamava Ut e l'altro Si.
Un giorno un uomo bussò alla porta di Ut. Ut aprì ed invitò l'uomo ad entrare. Non era comune che un uomo bussasse alla sua porta e Ut pensò di fare la sua conoscenza.
L'uomo ringraziò e si presentò, ma non entrò, perché era troppo alto e robusto, e dalla porta non passava. Ut era basso e magro e bassi e magri erano stati tutti i suoi antenati.
- Buonasera. Sono La, il suo nuovo vicino. Volevo renderle omaggio e dirle che da oggi può contare su di me per ogni cosa.
- Buonasera.
Rispose Ut e lo accompagnò per un tratto del suo giardino parlando e confrontandosi con lui. Chi era, da dove veniva, dove andava, perché aveva deciso di fermarsi proprio in quel paese. Quindi lo salutò, gli indicò la via per la casa del suo vicino e rincasò.
Quella sera stessa Ut non andò al recinto per discutere di cavoli, ma si mise a lavorare di piccone, calce e mattoni sulla sua vecchia porta di casa. Lavorò tutta la notte, facendosi lume con una lanterna, e quando il sole tornò a bruciare sulla sua schiena non aveva più una porta ma un grande arco, alto due volte la sua statura e largo altrettanto.
Si lo spiò per tutto il tempo, incredulo, e tutta la notte tornò alla sua finestra per guardare cosa faceva il vicino alla sua casa. Anche la sua porta era bassa e stretta, come la sua corporatura, e il nuovo vicino non era riuscito a superarla; ma Si pensò che non avrebbe mai fatto tanta fatica per renderla più grande per uno sconosciuto.
Il mattino dopo, quando Si vide che Ut aveva finito, si affacciò e lo chiamò:
- Ut!
- Che vuoi!
- Perché hai scardinato la tua porta?
- Perché da ieri abbiamo un nuovo vicino.
- Sì, ma perché hai allargato la tua porta?
- Perché il nuovo vicino è alto e robusto e dalla vecchia porta non passava!
- Sì, ma perché hai abbattuto la tua porta, quella che fece tuo padre, quella che imbiancò tua madre?
- Perché un giorno potrei aver bisogno di lui e se la porta non è grande come potrà entrare?
- Ma hai lavorato tutta la notte, non sei stanco?
- Domani mi riposerò.
L'indomani Ut non riposò. Era così curioso del nuovo vicino che si mise in cammino per andarlo a trovare. Tornò che era già buio. Si lo aspettava al recinto e quando lo vide gli domandò:
- Dove sei stato?
- Dal nuovo vicino.
- Dove abita?
- Nella casa lasciata vuota dal vecchio Re.
- Da dove viene?
- Da molto lontano, di là dal fiume.
- Che ti ha dato?
Ut stringeva un sacchetto di carta colorata nella mano destra.
- Aveva in casa un vaso con un frutto alto e rosso, assai maturo. Ne ho mangiato e mi è piaciuto. Gli ho chiesto un seme e domani lo pianterò nel mio giardino.
- E dove, se il tuo giardino è già pieno di frutti?
- Troverò un posto. Domani lo cercherò.
L'indomani Ut si alzò presto per andare a piantare il seme nel suo giardino. Si era alla finestra che lo guardava. Voleva vedere quanta fatica sarebbe costata al suo vicino piantare quel nuovo seme.
Ut lavorò tutto il giorno. Prima cercò un posto per la nuova pianta. Quindi sradicò una pianta secca, che non dava più frutti. Allora piantò il seme con ogni cura. Infine si riposò.
- Ut!
Chiese Si quando vide che Ut si riposava perché aveva finito.
- Che vuoi?
- Forse quella pianta non nascerà.
- Non importa.
- La stagione è calda. Di là dal fiume si racconta che piove molto. Vedrai che anche se nascerà di certo si seccherà.
- Non importa.
- Ut: non temi di aver faticato per nulla, per non mangiare nemmeno un frutto?
- No.
- Ma hai trascurato anche le tue verdure. Ai cavoli, oggi, non hai dato acqua! Domani saranno secchi.
- Gliela darò.
Ma Ut non gliela diede. Era troppo stanco. Andò in casa, si lavò, mangiò e si coricò. Si capì quanto era stanco il suo vicino e per questo pensò che mai e poi mai avrebbe faticato tanto per una cosa di così poco valore.
Alcuni giorni dopo Si vide Ut armeggiare in casa con grande frenesia. Apriva ogni sportello e prendeva in mano ogni barattolo, controllandone con cura il contenuto. Annusando e profumando. Incuriosito da tanta novità Si aprì la finestra e chiamò ancora il suo vicino:
- Ut!
- Che vuoi?
- Che fai nella tua cucina?
- Ieri sono andato a far visita al nuovo vicino. Mi ha offerto un tè che viene di là dal fiume. È così particolare per il gusto e il colore che gliene ho chieste alcune foglie. Sto cercando un barattolo vuoto dove conservarle.
- E ne hai?
- No, e tu?
- No, fino a che non arriverà il prossimo cambio di stagione. Buttale e quando ne avrai uno vuoto tornerai a chiedergliele.
- No! Piuttosto mi libererò di queste vecchie radici lasciatemi da mio nonno.
- Che dici! Vuoi buttare via le radici di tuo nonno?
- Sì. Sono vecchie e non hanno più sapore.
- Ma sono di tuo nonno!
- Mio nonno è morto, non si offenderà.
Allora Ut vuotò nel cestino un barattolo tra quelli lasciatigli da suo nonno, lo lavò e lo riempì con le nuove foglie. Era triste ma non aveva un altro barattolo vuoto e quelle radici erano ormai inutili. Si lo guardò con grande disapprovazione. Lui non avrebbe mai buttato le radici di un suo antenato, anche se ormai vecchie, per far posto a quelle di un estraneo. Da quel giorno Si non domandò a Ut altre ragioni.
Passarono i mesi e le stagioni. Le piogge si riversarono sul fiume e il fiume sulle case di Ut, di Si e di La. Ut e La erano già andati via quando anche Si, per non morire, decise di abbandonare le sue cose. Portò con sé soltanto alcuni barattoli di spezie lasciatigli da suo padre, un vaso di basilico con dei semi, due camicie e un pentolino per scaldare l'acqua.
Camminò molto finché arrivò in un nuovo paese. Si non aveva mai camminato di là dal suo giardino e proprio non sapeva che gli uomini sono di molte specie, nel mondo, come le piante.
Nel nuovo paese vide una casa vuota e pensò che poteva abitarla. Decise però che era meglio per lui presentarsi ai suoi vicini e così fece. Era basso e minuto ma fu accolto e pur senza chiedere da uno ottenne delle scarpe, da un altro un brodo caldo e così via.
Il giorno dopo un vicino venne a fargli visita. Vide il basilico nel vaso e chiese a Si che pianta era, perché non l'aveva mai veduta. Allora Si pensò che poteva dargliene alcuni semi. Il vicino li avrebbe piantati e per l'avvenire vi sarebbero state altre piante di basilico attorno alla sua casa. Così, anche se la sua pianta, a causa del viaggio, non fosse riuscita a radicarsi, avrebbe avuto altri semi e continuato a cucinare come cucinava un tempo.
In quel mentre si ricordò di Ut e si ricordò del frutto rosso e zuccheroso che aveva visto nascere nel suo giardino. Il vicino, un giorno, l'aveva costretto ad assaggiarlo. Gli era piaciuto ma non gliel'aveva detto. Era un peccato che non gli avesse chiesto alcuni semi.
Sicuramente l'avrebbe portati con sé ed ora l'avrebbe potuti piantare nel suo giardino ancora incolto.