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Ad un uomo che non aveva trent'anni accadde un grave incidente. Camminava per recarsi in ufficio quando, distratto da un gabbiano in pieno centro, in volo planare sopra un autobus di scolari, batté la testa contro il palo di un lampione. Batté con tale violenza che si sentì cantare il palo in un raggio di cento metri. Soccorso dai passanti fu ricoverato in ospedale. Passarono molte ore prima che riprendesse conoscenza.
I medici gli diagnosticarono un semplice trauma e lui si tranquillizzò. Aveva la fronte gonfia come la ruota di un trattore, ma non fu in grado di alzarsi e nessuno gli diede uno specchio, così non riuscì a vedersi. Quello che vide, invece, aprendo gli occhi, furono le gambe di un tavolo fine ottocento al posto di quelle solite in carne e ossa sotto la gonna di un'infermiera giovane e bella. "Passerà". Disse a se stesso, incredulo, e tornò a dormire.
Le visioni non passarono ma l'uomo non ne fece voce con i dottori dell'ospedale. A dir la verità non sapeva come raccontarle. Poteva dire che aveva visto l'armadietto farsi tondo come un pallone? Il viso del chirurgo diventare pera? Il tavolo marrone colorarsi di blu? Poteva dire che ad ogni battito di palpebre, ad ogni nuovo sguardo, il mondo attorno a lui gli si presentava sotto altre forme e altri colori? Ed anche se avesse trovato un modo per dirlo, si convinse che nessuno gli avrebbe creduto e che sarebbe stato ricoverato in un ospedale psichiatrico. Da lì non sarebbe più uscito e la sua vita si sarebbe persa per sempre. Dunque restò in silenzio.
Dopo alcuni giorni, quando il viso, ormai sgonfio, gli era tornato quasi alla normalità, fu dimesso e prese la via di casa. Quel tragitto fu il più lungo di tutta la sua vita. Rischiò di rompersi l'osso del collo alcune volte, battendo contro muri che non vedeva o che vedeva morbidi e leggeri, e persone che gli sembravano foglie e macchine che gli parevano lucertole. Era ad un incrocio e all'improvviso, sbattendo le palpebre, vide una scopa al posto del solito semaforo, poi un appendiabiti, infine un lampadario. Il rosso si fece azzurro e lui passò. Si ritrovò seduto sul cofano di una speeder che, fortuna sua, andava adagio. Per lui era un trattore, scese da quello che gli sembrava un portabagagli e si scusò: al volante dell'aereo vide la faccia di una strega, di quelle disegnate in tutti i libri dell'orrore, con tanto di nei pieni di peli e capelli riccioli, neri e lunghi. Emise un urlo che gli squarciò la gola. Il diciottenne che era al volante gli fece un gestaccio con il dito (il dito medio… per intenderci) e ingranò la prima.
Finalmente a casa, il cuore in tumulto, si sdraiò e cominciò a pensare. Se le visioni gli accadevano ad ogni battito di palpebre, l'unica soluzione era vivere nel buio, ad occhi chiusi, così come stava da quando aveva riconosciuto il suo palazzo per evitare nuovi incidenti. Si alzò, accostò tutti gli scuri e, nel buio, provò come un cieco a cucinarsi il pranzo. Tra le mani gli oggetti rimasero tali quali erano ma, ancora incerto, rischiò di mandare a fuoco la cucina. Per il resto decise di iniziare una serie di esercizi per rafforzare le palpebre e tenerle aperte il più possibile. Sarebbe uscito di nuovo da casa non appena fosse stato in grado di non chiuderle per almeno un'ora.
Dopo un mese ci riuscì e dopo un anno cercò un nuovo lavoro. Ormai, anche se con dolore, fatica e a prezzo di pesanti lacrimoni, poteva non sbattere le palpebre anche per venti ore di seguito e appena le chiudeva si trovava al sicuro, a casa sua, nel buio, come nella grotta di un orso in pieno letargo. L'unico inconveniente si presentava al mattino quando, per uscire, apriva gli occhi e si trovava davanti un mondo di forme e di colori diverso da quello del giorno prima. Passava allora alcuni minuti per relazionarsi, per non spaventarsi e poi via.
Di lavori, purtroppo, ne cambiò parecchi. Con il problema di ogni cosa, di ogni spazio, di ogni movimento, di giorno in giorno sotto nuove forme e nuovi caratteri, non riuscì a sviluppare alcuna competenza. Lavori così come amici. I più, dopo l'incidente, lo trovarono troppo presente, con quegli occhi aperti, sempre vigili, sempre attenti. Così lo emarginarono perché “diverso” e smisero di rivolgergli parola. Ebbe anche una storia sentimentale. Si interruppe quando lei gli chiese di baciarla con gli occhi chiusi, perché altrimenti si sentiva in imbarazzo. Lui l'accontentò, sperando nel meglio. Quando li riaprì, si trovò davanti il naso, gli occhi e le labbra di un'enorme rana. Quasi svenne ma prima le vomitò un'intera cena sulla camicetta e lei non lo volle più vedere.
Molto solo e molto incerto, vivendo giorno dopo giorno con nuovi espedienti per nuove immagini e nuovi colori, arrivò ai quarant'anni. Era deluso e amareggiato. Più volte aveva pensato di farsi ricoverare ma sempre si era lasciato vincere dal suo spirito vitale, e aveva continuato a sperare che una mattina le sue visioni non si sarebbero ripresentate. Non era mai accaduto.
Finché si innamorò. Era una giovane che abitava vicino a casa sua e ogni mattina prendeva il suo stesso autobus. Lui non sapeva s'era bella o s'era alta, s'era magra o s'era vecchia ma da un giorno all'altro, sotto qualunque forma la vedesse, iniziò a riconoscerla e a sentire il cuore impazzirgli forte in petto. Decise di corteggiarla e a lei piacque quell'uomo strano, dagli occhi vigili, sempre rossi, sempre aperti, e lo corrispose.
In breve si frequentarono con grande soddisfazione. Lei non gli chiese mai di baciarla ad occhi chiusi e lui cercò di baciarla il meno possibile, per non metterla in imbarazzo.
Una sera, durante una passeggiata fuori porta, era estate, li colse un temporale. Camminavano in uno spazio aperto, uno dei pochi dietro i grandi palazzi, senza un tegola sotto la quale coprirsi. Il temporale gli rovesciò addosso tante tonnellate d'acqua che entro breve fu tale la sofferenza dell'uomo, per la pioggia che gli cadeva a vento dritta sulle cornee, che, piangente, strinse forte la mano della compagna e le disse che da lì in avanti avrebbe dovuto guidarlo perché lui avrebbe chiuso gli occhi e non li avrebbe riaperti fino al giorno dopo.
La compagna pensò ad uno scherzo e lo accontentò. Fu il più gran regalo che gli fece. Dall'incidente, infatti, l'uomo non aveva più toccato un suo simile, specialmente di sesso opposto. Avvinto dalle forme presentategli dagli occhi, pauroso, si era allontanato dagli altri sensi. Né gli amici lo avevano aiutato, evitandolo in ogni modo. Quella sera, con gli occhi chiusi, sentì per la prima volta il calore di una mano, della pelle, del sangue e della vita. Ne fu avvinto tanto da fermarsi. Ancora sotto la pioggia, poggiò le mani sul viso dell'amata, per rappresentarsela come mai l'aveva vista. Anche il viso era caldo, vivo, emozionato. Il naso era liscio, non molto lungo. Le narici morbide e vibranti. Le sopracciglia folte, forse scure. In tanti giorni che l'aveva vista mai una volta gli era apparsa con gli stessi capelli, né per il colore né per la lunghezza. Per non dire delle volte che capelli non ne aveva visti e la testa di colei che chiamava “amore” gli si era presentata calva o alberata o coperta di moquette. Quando arrivò a toccarle le labbra e le sentì sussurranti sotto le dita gli venne voglia di baciarla e la baciò. Non sapeva quanto tempo era passato dall'ultima volta che aveva baciato una donna con gli occhi chiusi ma era come se il tempo avesse perso importanza e, tra ieri e oggi, per lui, non ci fosse stato altro che un sol respiro.
In quel momento decise di guardarla. Ormai l'aveva tutta tra le mani e dentro la fantasia. Sentita e assaporata, con ogni senso. Doveva solo aprire gli occhi per trovarsela così come l'aveva amata e immaginata proprio davanti a sé, viva e vera.
Passò del tempo prima che riuscisse a credere ai suoi occhi, ma quello che non osava sperare avvenne. Le forme cercarono di svilupparsi sotto altre linee, i colori si sfocarono e squagliarono, ma infine si placarono sotto il temporale fondendosi per dar vita anche per i suoi occhi a quella bella figura che amava.
Da quel giorno quell'uomo è di nuovo sano. Adesso non vive più nel buio e dei molti mestieri che ha fatto, senza nessuna specializzazione, ne ha inventato uno nuovo, di cui è il solo esperto. Per il resto vive con la sua famiglia e ogni sera, prima del buio, gioca con i suoi figli invitandoli a chiudere gli occhi e a vedere il mondo soltanto con le mani. Chissà mai che un giorno, per uno strano caso, anche loro non abbiano a soffrire di tanta orribile malattia.