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La macchina del tempo

La macchina del tempo in un'animazione di Gianni Micheli
Uno scienziato di fama internazionale ebbe un giorno una strana intuizione. Felice o infelice, fortunata o sfortunata, sarete voi a dirlo.

Era al volante della sua automobile e stava rientrando a casa quando un cantiere, con tanto di ruspe e di operai, lo costrinse a rispettare un insolito stop nel bel mezzo della carreggiata. Lo scienziato, da buon automobilista, si fermò il tempo che fu necessario e poi riprese per la sua strada. E fin qui niente di strano: accade tutti i giorni su molte delle nostre strade.
Ma quel giorno lo scienziato, di nuovo in corsa, ebbe modo di veder sfrecciare, in senso contrario, un'auto a folle velocità. Consapevole del cantiere alle sue spalle fu quindi tanto lesto ad abbagliare allo sventurato che gli veniva incontro che quello fece appena in tempo a frenare gracchiando con tutte e quattro le ruote e portando via anche un bel pezzo d'asfalto prima di inchiodarsi proprio ad un metro da una grande ruspa.
“Gli è andata bene!” pensò lo scienziato, un occhio alla strada davanti a sé ed uno allo specchietto retrovisore. “Che gli sarebbe successo se non ci fossi stato io? Di certo si sarebbe ammazzato o avrebbe ammazzato qualcuno… qualcuno… qualcuno!”.

Fu allora che allo scienziato si accese la lampadina che teneva in testa. SBOMP! Fu come uno scoppio tanto che fu costretto a fermarsi per poter pensare senza dover fare altro.
“Dunque… ragioniamo – biascicò lo scienziato ad alta voce, già con le gocce di sudore in fronte -. Che cosa è successo? Ma certo! Venendo dal senso opposto io avevo già visto e vissuto il futuro in attesa di chi mi veniva incontro. Ovvero: del suo futuro lo sventurato non aveva cognizione. Non poteva averne come non può averne nessuno del proprio. Finché non ha trovato me che gli venivo incontro da quello che sarebbe stato o sarebbe potuto essere il suo futuro. E, avendo un avvertimento della sua sorte, è riuscito a salvarsi e a modificare il destino che l'attendeva”.

Fu così che lo scienziato, rimessosi in strada, anziché tornare a casa fece un lungo giro. Lunghissimo. Ed ogni volta che vedeva arrivargli incontro una macchina pensava a tutto ciò che aveva appena superato – alberi, cantieri, donne col passeggino, auto in panne, buche sull'asfalto, macchie sulla linea banca, fiori sul marciapiede… -, certo che i suoi occhi avevano visto quello che altri occhi avevano ancora da vedere: nientemeno che il loro futuro. Ed egualmente per chi gli veniva incontro esperti di ciò che lui ancora non riusciva nemmeno a immaginare: il proprio futuro, il proprio destino, maligno o benigno, di gioia o di rovina. Almeno finché fosse rimasto sulla strada.
Ebbe modo quindi di pensare che non solo lui ma tutti gli esseri umani, finché viaggiavano da un posto all'altro, erano seduti come su una macchina del tempo, responsabili gli uni del futuro degli altri, almeno di quelli che vedevano arrivargli incontro, in una sorta di mutua e perfetta solidarietà. Quanto bene avrebbero potuto farsi! Quante morti si sarebbero evitate! Bastava soltanto escogitare un sistema per comunicare fra automobilisti provenienti da sensi opposti. Un sistema semplice, chiaro ed efficace. E la “macchina del tempo”, ancora un'utopia, sarebbe stata finalmente inventata.

Giunto a casa – era notte! - lo scienziato espose alla moglie la sua nuova teoria ma non ne ebbe tutta quella soddisfazione che sperava. La moglie infatti, sebbene svegliata nel pieno del sonno, ebbe subito modo di far notare al marito, molto sognatore ma poco concreto, due piccoli difetti nella sua grande e nuova teoria della “macchina del tempo”. Primo: non sarebbe valsa in autostrada, e in tutte quelle strade di grande comunicazione, dove le automobili procedevano a più corsie per un unico senso di marcia. Secondo: non sarebbe valsa in città visto l'alto numero di incroci e l'elevata dose di casualità.
La donna, pratica della vita, aveva ragione e il marito non mise molto tempo a riconoscerlo. Per far sì, dunque, che sempre ed in ogni condizione gli esseri umani potessero pervenire a conoscenza del futuro dei loro simili, a tal punto da viverlo in parte, dovevano viaggiare in strade parallele con ampia visibilità e possibilità di comunicazione, senza incroci e a bassa velocità. Nientemeno che quanto molti cittadini si augurano, perlomeno quelli rispettosi delle leggi e del codice stradale.

Il mattino seguente, dunque, senza aver neppure dormito, lo scienziato fu ricevuto nientemeno che dal Ministro dei Trasporti in persona al quale aveva chiesto, urgentissimamente, un colloquio.
“Lei è pazzo!” esclamò il Ministro non appena lo scienziato si zittì, conclusa la sua lunga orazione. “Se dessimo retta al suo progetto dovremmo subito abolire il traffico nelle città e nelle strade a senso unico. E poi, sa che le dico: mica è originale!”.
“In che senso?” domandò lo scienziato, impietrito, abituato sì a vedersi soffiare qualche progetto ma mai tanto in fretta. Rispose il Ministro, che aveva in corpo una gran bella dose di ironia: “Nel senso che non sono solo gli automobilisti a conoscere il futuro di chi gli sta davanti ma anche… i Ministri. Ad esempio: io conosco benissimo il suo futuro. Almeno quello immediato”.
“Ah… sì?” domandò lo scienziato con un lieve sorriso, incapace di comprendere fin dove sarebbe arrivato il politico.
“Certo: io l'accompagnerò alla porta e lei se ne andrà!” e così disse il Ministro e così fece e così andò.

Lo scienziato, incredulo, farfugliò illuminazioni per tutto il tragitto finché, non appena la porta dell'ufficio del Ministro dei Trasporti si richiuse alle sue spalle, non poté fare a meno di dare ragione a quel politico che non aveva contribuito ad eleggere ma che certo meritava quella carica: in molte occasioni gli esseri umani conoscevano il futuro dei propri simili, vuoi per averlo attraversato, come gli automobilisti, vuoi per averlo strutturato nella propria mente, come tutti i detentori di un qualsiasi tipo di potere e di parola, come ad esempio i superiori nei confronti dei sottoposti. Così come si accorse, con gioia e rammarico, un mese dopo quando il Direttore Generale dell'azienda per cui progettava le sue invenzioni lo chiamò nel suo ufficio e lo licenziò per scarsa produttività. Povero il nostro scienziato: negli ultimi trenta giorni non aveva fatto altro che pensare ad un codice univoco per far sì che gli esseri umani, in qualsiasi contesto ed occasione, potessero comunicare ai propri simili le rispettive informazioni relative al destino per i primi conosciuto e per gli altri ancora incerto. Se solo ci fosse riuscito… magari avrebbe trovato un modo migliore per farsi comunicare la propria rovina finanziaria.

Da quel giorno lo scienziato si è trasferito in molti paesi, lavorando per molte aziende, inventando le più strane macchine e le più astruse teorie, e del suo codice non ha più fatto parola. Si dice, tuttavia, che l'abbia quasi concluso e che gli manchi di chiarire soltanto un solo aspetto: quello che vede gli esseri umani gioire delle sventure che debbono accadere ai propri simili, specialmente se direttamente provocate. A questo, davvero, non c'è codice che possa porre rimedio e quanto lo scienziato ci si arrovelli non vi so dire.

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