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Nella città di Bo, il giorno 28 del mese di maggio, un giovedì, i baci furono portati al mercato. C'era il sole e la gente mangiava ciliege. A metterli in vendita, dentro una cesta per i funghi, fu un giovane commesso del banco del pesce, bello e slanciato, con gli occhi azzurri e le labbra a fior di pesco. Da alcuni mesi s'era innamorato e da poche settimane s'era fidanzato, e questa era la sua fortuna. Ma il padre della sua bella, da quando gliel'aveva promessa sposa, per tenerla pura non l'aveva più fatta uscire, se non la domenica e i giorni di festa. Che tortura! Ogni sera i baci che le avrebbe voluto dare, da quanto pativa per amore, gli si fermavano in bocca tanto da farlo soffocare. Quel giorno, siccome li buttava via, arrivò al mercato con la cesta piena, affermando che chi li voleva se li prendesse pure, tanto lui ne aveva in abbondanza. Il prezzo era irrisorio. Non pensava che ci avrebbe potuto guadagnare. La gente fece ressa e non passò un'ora che la cesta era già vuota. Il pesce, invece, non ci fu modo di venderlo neanche a suon di botte. Fu così che il giovane commesso, che pensava d'aver avuto una bella trovata, si ritrovò tutto d'un tratto senza baci e senza più lavoro.
Il giorno dopo, al mercato, si presentò da solo, per campare. Teneva sotto il braccio due ceste di baci caldi caldi, patiti durante l'intera notte a soffrire per la sua bella assente. Non pensava che ci avrebbe fatto molto e per questo alzò un po' il prezzo dell'offerta: non passò neanche un'ora ch'era già seduto in osteria a bere latte e a mangiare cioccolata. In tasca aveva più soldi di quelli di un mercante di stoffe preziose.
Comprò il banco e da quel giorno cominciò a far fortuna. I suoi baci erano tanto caldi e tanto buoni e tanto sospirosi che nel giro di un mese il suo nome era conosciuto nell'intera contrada. Venivano da Lippori a comprarli, da Fifi e da Cappa, persino da Borta. Siccome la richiesta saliva anche il prezzo cominciò a lievitare, come il pane, e non passarono tre mesi che l'innamorato mercante era più ricco di un re in pensione.
Gli affari andavano così bene che il giovane, per non rimanere senza baci, ora che ne aveva bisogno più che mai, decise di vedere la promessa sposa sempre meno. Se l'assenza di sei giorni l'aveva reso sì fortunato, la nostalgia l'avrebbe fatto più innamorato, l'amore più ardente, e l'ardore più caldi e profumati i suoi tristi baci. Ne parlò col futuro suocero e questo apprezzò la scelta. Finalmente vedeva nel giovane spiantato un promettente mercante che avrebbe dato alla figlia tutti quegli agi e quelle ricchezze che prima di allora non aveva nemmeno osato sperare. Così alla fanciulla, per il 50% dei futuri incassi da elargire al suo genitore, fu impedito dal fidanzato e dal padre d'uscire prima per quindici giorni, poi per un mese, infine per un anno intero. Lei divenne pallida e s'ammalò di malinconia, ma questo non fece storia. Nel frattempo iniziò a ricamare il suo corredo.
Passarono cinque anni e i due innamorati si sposarono. Lui fresco e rosa, lei un po' meno. La cerimonia fu solenne e la città ne parlò per giorni interi. Si voleva sapere se il mercante innamorato, ora che poteva soddisfare la sua voglia insaziabile, avrebbe continuato a vendere i soliti succosi baci, o quanto, altrimenti, sarebbe durata la sua fortuna. Lo stesso pensiero angustiò tutto il tempo il novello sposo vestito all'inglese. Era certo che, potendo baciare ogni sera la sua bella amata, molti dei suoi baci sarebbero passati direttamente nelle labbra di lei che lo baciava, a discapito dell'offerta e della qualità del prodotto che gli sarebbe rimasto la mattina da portare al mercato. Come la moglie di un oste che ogni sera si bevesse gran parte del vino acquistato. Così la prima notte finse d'avere mal di testa, la notte dopo diarrea, e quella ancora torcicollo, finché, parlando con il suocero, prese la decisione di rimandare per un po' di tempo, quanto non sapeva, qualsiasi tipo di congiunzione fisica con la sua bella sposa: baci, carezze, abbracci, tutto compreso. Lo spasimo per la presenza e per l'impossibilità avrebbe reso più calde le sue labbra e il calore più profumati i suoi nuovi baci. Nel frattempo sarebbe arricchito quel tanto necessario a spendere una lieta pensione abbracciato alla più meravigliosa creatura del mondo. La sposa non gradì molto la sentenza, ma da giovane giudiziosa accondiscese a non sfiorare il marito nemmeno con un dito, finché lui avesse voluto, pur restandogli accanto. Di giorno avrebbe continuato a lavorare con i ferri, e a regalare a chiunque glielo avesse chiesto i suoi preziosi centri rifiniti come da un esperto intagliatore. Di notte avrebbe dormito, riposato e sognato un futuro d'amore.
Passarono i mesi e proseguirono gli affari finché nella città di Bo arrivò un concorrente. Veniva dal nord, vestiva di giallo e vendeva baci alle fragole e al miele, conditi con zucchero e farina d'avena. Le vendite del giovane sposo tracollarono in pochi giorni. I paesani vollero tutti assaggiare la novità, mentre i vecchi baci cominciarono ad ammuffire sui grandi banconi del mercante.
Per ritrovare l'antico ardore il giovane, dopo molto pensare, prese la risoluzione di chiudere la sposa ancora illibata in un convento. Era sicuro che la lontananza, anziché la vicinanza, avrebbe giovato maggiormente ai suoi baci rinomati. Che il pensiero, anziché la vista, l'avrebbe reso più innamorato e nuovamente amante. Lei non fu contenta, ma ancora una volta accondiscese purché lo sposo e il padre tornassero a prenderla una volta che gli affari avessero ripreso a correre nel migliore dei modi. Vestita di nero, fu condotta di notte dalle suore di clausura di una lontana città accanto al mare.
Nuovamente a casa il giovane ricominciò a sfornare baci affettuosi e lacrimosi, piangendo sulle sorti della sposa lontana. Le labbra gli tremavano. Era caldo dal dolore. Pensava che avrebbe riconquistato i compratori. Si figurava già i poderi che da lì a poco avrebbe acquistato. Invece, l'indomani, non riuscì a vendere un solo bacio, e non passarono tre mesi che già una metà delle sue fortune aveva preso il volo.
Qualcosa doveva fare per mutare la sua infame sorte. Rotolandosi tra le lenzuola, disperato, giunse una notte alla conclusione che il convento, ormai, non bastava. Si figurava la sposa affacciata alla sua grata sul mare, curiosa del moto delle onde e del volo dei gabbiani. La vedeva sorridere al cielo stellato e questo non gli facilitava la compassione. La giovane doveva essere rinchiusa in un'altissima torre e mangiare solo pane e acqua e non poter vedere il mare, la terra, le stelle e l'orizzonte. Il pensiero del dolore e della consunzione dell'amata gli avrebbe senz'altro portato vantaggio e gli affari avrebbero ripreso ad andare a gonfie vele. Nel corso di un anno avrebbe comprato di nuovo la sua carrozza e dieci cavalli, anziché otto. Bianchi, anziché neri. Emanò l'ordine e inviò un messo al convento per prelevare la giovane e condurla in una torre sulle nevi delle montagne.
La sposa fu infelice, il sapore del mare le piaceva, ma ancora obbedì. Salutò le suore e, per ringraziarle dell'ospitalità, regalò loro tutti i suoi lavori a maglia, più di cento opere rifinite come chiese. Le suore donarono il tutto in beneficenza e, in breve, l'intero paese si ritrovò d'accordo nel lodare della giovane sconosciuta la squisita maestria.
Erano passati soltanto sette mesi da quando gli affari avevano iniziato ad andare per il peggio che già tutte le fortune dell'innamorato mercante erano svanite. Case e poderi venduti. Genero e padre non sapevano più in quale modo far fronte ai debiti. Nel giorno in cui il concorrente portò al mercato baci alle mandorle e allo zucchero candito, concordarono per un'estrema soluzione. Avrebbero ucciso e seppellito la giovane in un campo di montagna, senza una lapide e senza un fiore. Quell'esperienza dolorosa avrebbe senz'altro reso i baci dell'innamorato profondi e intensi, più della vita e della morte messe assieme. Da ogni luogo popoli e popoli sarebbero accorsi per saziarsene. Si misero in viaggio verso la torre e liberarono la giovane; che nel frattempo, nonostante la forte magrezza, aveva ricamato più di mille metri cubi di stoffa. Come la vide l'innamorato cadde in ginocchio e pianse ma poi si risollevò e condusse la sposa ad una specie di altare preparato per l'occasione.
Erano già pronti, sposo e padre, a farle un bel taglio da orecchio a orecchio quando si presentò ai due il ricco principe ereditario al trono di un paese vicino. Disse che li seguiva ormai da giorni, senza farsi notare. Cercava il luogo nel quale era tenuta nascosta la più brava ricamatrice di ogni tempo. Immaginava, considerando la maestria della donna, che l'avessero segregata così lontano dal mondo e dalla gente affinché non fosse rapita – così disse e padre e sposo annuirono increduli, nascondendo il coltello. Aveva bisogno che la donna gli ricamasse il suo corredo da nozze e offrì a tutti loro qualsiasi cosa avessero chiesto pur di fargli condurre quella famosa giovane dalle mani d'oro alla sua reggia.
I due uomini acconsentirono e, liberata la giovane, la consegnarono al principe. Quindi pattuirono un compenso straordinario per la sua opera, lieti della sorte mutata per loro e per la loro amata.
Firmato l'accordo partirono e in breve raggiunsero la reggia del principe. Gli sposi furono alloggiati in una grande stanza decorata con marmo e oro e invitati a riposarsi il tempo che avessero voluto. Era notte e il cielo sprofondava nel chiarore delle stelle. Per la prima volta il giovane si dichiarò disposto a baciare la sposa. L'adagiò nel letto e le si avvicinò, con fare affettuoso. La guardò negli occhi e le strinse la mano, promettendole eterno amore. Infine la baciò, fremente, ma dal disgusto si ritrasse indietro, cadendo dal letto e rompendosi un dente. L'alito della giovane, dopo tanto latte e tanto pane ammuffito, era così spiacevole che il suo bacio aveva fatto arricciare tutti i peli dello sposo. Toccandosi le gengive sanguinanti le lanciò alcune maledizioni e si ritirò nella stanza del suocero. La giovane pianse tutta la notte. Infine sì convinse che non poteva far altro che aspettare: con buoni pasti e grazie al calore delle stufe i suoi baci sarebbero presto tornati ad essere quelli piacevoli di una volta. Nel frattempo avrebbe ricamato il corredo del principe e nuovamente arricchito il suo sposo, per la loro futura felicità. Quindi si addormentò.
Passarono molti giorni ma la giovane non riprendeva a lavorare. Ci provava ma non ci riusciva. Il principe era preoccupato per la sua salute. Lo sposo e il padre per la loro permanenza e il rispetto del contratto. Chiamata a colloquio, la giovane dichiarò che era a tal punto abituata a ricamare nel silenzio e nella solitudine che proprio non sapeva fare altrimenti. Quindi chiese che il padre e lo sposo si allontanassero. Che tornassero pure alla loro città, attendendola nel migliore dei modi. Che la lasciassero sola, affinché potesse riprendere a ricamare. Lo sposo e il padre si dichiararono lieti di acconsentire a partire pur di accontentare il principe in ogni cosa, e così fecero, lasciando la giovane a rimettersi in salute e a ricamare per il loro futuro.
Tornati nella città di Bo padre e sposo riacquistarono con i soldi del principe la loro vecchia casa, e ripresero a vivere degnamente, sperperando denari e perdendo i loro giorni giocando a carte e bevendo vino. Il venditore di baci venuto dal nord se ne stava ancora lì, e al giovane mercante prese una tale voglia di rivincita che fece di tutto per farlo allontanare. Gli bruciò il bancone, lo accoltellò alla schiena e gli sfigurò il viso. Inventò su di lui strane storie che la città prese tutte per vere. Infine, con i soldi che riceveva puntualmente grazie al lavoro della sua dolce sposa, pagò uno ad uno tutti gli abitanti della città, giovani e vecchi, fidanzati e sposi, affinché non si recassero più ad acquistare i baci del venditore. Arrivò persino a pagare gli avventori di altri paesi, sostando con il suo sacco di denari davanti alla grande porta della città.
In poco tempo il venditore fallì e, smontato il suo bancone, se ne tornò al nord. Il giovane non stava più in sé dalla gioia. Con i rimanenti denari invitò l'intera città a festeggiare in un immenso banchetto. Furono serviti maccheroni, maiale, pollo, cinghiale, capretto, lepre, verdure e frittate. Per condimento olio d'oliva, e vino bianco e rosso in gran quantità. Infine musica e danze, di flauti e chitarre, per tutte le strade.
Quella notte stessa la sposa tornò. Il banchetto era appena terminato. La famiglia del principe avrebbe voluto trattenerla con sé, per il suo squisito comportamento e la sua piacevole conversazione. Ma lei aveva risposto che l'attendevano uno sposo e un padre e che per questo non poteva restare. Si aspettava di essere accolta con tutti gli onori in una bella casa, considerata la sua fatica e i denari guadagnati con il suo lavoro, e invece si ritrovò in una catapecchia. Per fare le danze, infatti, lo sposo aveva barattato la sua casa con quella dell'oste, una triste bettola con una sola finestra sporca di grasso ed un letto ad una sola piazza.
Il giovane, che era appena rincasato, come la vide bella e morbida, vestita di raso, i lunghi capelli adagiati sulle bianche spalle scoperte, la invitò a coricarsi e, per la seconda volta, a baciarlo con tutta la sua passione. Era fremente per la festa ed il banchetto e le lodi da tutti che aveva avuto. Lei accondiscese e si coricò. Quindi lui le si avvicinò e la strinse. La guardò e le sorrise. La carezzò con le mani sporche di sugo e di unto. Infine la baciò. Triste evento, poiché il giovane sapeva di vino e di tabacco, e la giovane, appena le sfiorò le labbra, gli vomito in bocca e sul gilet. Preso dal disgusto, lo sposo se ne andò a dormire all'osteria e la sposa, ripulita la stanza, aspettò il mattino rimpiangendo la reggia del principe e i giorni lontani.
Il giovane, sdraiato sul letto pulcioso dell'osteria, meditò per il resto della notte a cosa avrebbe potuto fare per tornare ricco e per ripulirsi i denti. Cercò parecchio ma trovò poco. Non sapeva far altro che baciare, e forse più nemmeno questo. Di una sola cosa fu certo: si era ormai così abituato ad avere lontana la sua sposa che non avrebbe patito molto per attenderla ancora per alcuni anni a venire. Decise: l'indomani avrebbe riaperto il commercio dei baci! Ma questa volta non avrebbe sbagliato. Avrebbe rinchiuso la sua sposa in una grotta, al freddo e ai topi, per soffrire e compiangersi. Il dolore di quel sacrificio spontaneo avrebbe di certo tramutato i suoi baci in quelli amorosi di un tempo. Forse, così facendo, si sarebbe pure risparmiato la fatica di lavarsi i denti.
Al mattino, felice, si alzò e prese la via di casa: non vedeva l'ora di comunicare alla sposa le sue risoluzioni. Lei, forse, non sarebbe stata contenta, ma avrebbe obbedito, come sempre, immaginandosi l'appagamento del futuro incontro. Avrebbe perso un po' di peso, un po' di colore, forse avrebbe ricevuto anche qualche morso dai topi affamati, ma con la forza e la passione che la contraddistinguevano sarebbe sopravvissuta e un giorno avrebbe infine ricevuto le meritate lodi per le sue fatiche.
Saltellando di gioia arrivò a casa, aprì la porta e chiamò la giovane, ma questa non rispose. Si guardò intorno e cercò la sua sposa, ma il letto era rifatto e lei non c'era. Cercò nella città. Rovistò in ogni piccolo angolo sudicio e sperduto. La sua sposa era sparita!
Deluso e piangente tornò a casa riflettendo sull'improvvisa scomparsa della cara congiunta. Di certo non poteva essere scappata. Era dolce e ingenua, la piccola, e anche sprovveduta. Non sarebbe campata un solo giorno, da sola. Senza dubbio l'avevano rapita. Forse violentata. Di certo venduta come schiava.
Lo prese a tal punto la nostalgia, in tali pensieri, che d'un tratto la bocca cominciò a sfornargli centinaia di baci malinconici e soavi. Finalmente soffocava per amore, come tanti anni addietro. Lieto della sorpresa ne fece un cesto e andò a venderli al mercato. Era sicuro che sarebbero piaciuti, per questo decise di venderli ad alto prezzo. Una vecchia zitella, una delle sue più care clienti, che di baci ne aveva avuti sempre pochi, fu così contenta di rivederlo che glieli comprò tutti. Solo averlo saputo! Già da tempo avrebbe fatto rapire la sua sposa, e violentare, e vendere al mercato come schiava! Altro che grotta!
Il giorno dopo, a seguito di una nuova notte di lacrime e sospiri, si ripresentò al mercato. Aveva di baci tre ceste piene e già pensava che da lì a un mese sarebbe tornato più ricco del re. Non l'avesse mai fatto! La vecchia era lì che lo aspettava, con la mazza e il bastone, e gliene diede di santa ragione. Quei baci l'avevano fatta avvizzire e a tal punto gli si erano ingrossate le labbra dallo schifo che adesso non riusciva più a mangiare.
Il giovane prese le botte, tutte quelle che la vecchia riuscì a dargli, e tornò a casa. Si sentiva le ossa in pezzi ma era ancora sicuro che, riposandosi e astenendosi dall'alcool e dal tabacco per qualche giorno, i suoi baci sarebbero tornati quelli di un tempo, pieni di passione e di sensualità. A casa, invece, trovò il padre della sposa che, rinsavito dopo la scomparsa della figlia, immaginandosi chissà quali sevizie, era risoluto a dare al genero tutte quelle botte che da anni ormai gli avrebbe dovuto dare pur mai riuscendoci.
Il giovane finì così, senza denti, senza naso, senza orecchie e con le ossa storte. Ripresosi, quel poco che gli fu possibile, si mise a mendicare. Che altro poteva fare? Camminava con due bastoni e per parlare sputava pezzi di polmone. Sui gradini della chiesa cominciò a biascicare storie di amori e cavalieri. La gente prese a lasciargli qualche soldo, perché gli faceva pena, ma non prima d'avergli elargito un sonoro schiaffo, perché se lo meritava. Così fece il primo e tal quale fecero tutti gli altri.
La giovane, invece, andò sposa al fratello del principe che l'aveva salvata. Non sappiamo come avvenne. Se ci fu un patto, fra loro, o se tutto fu il segno di una buona sorte. Solo sappiamo che, finalmente amata, ricama ora di giorno, per l'intero regno, e col suo sposo si bacia tutta la notte, e questo è buon segno.