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L'imputappo

L'imputappo in un collage di Gianni Micheli
In un paese coltivato a cemento di gente metodica e pignola un tizio normale con l'unico difetto di essere un po'… leggermente… abbastanza… molto… insomma, come dire, piuttosto basso di statura, fu incarcerato per un vero e proprio errore e chiamato a rispondere del suo operato in tribunale. Si sarebbe dunque risolto tutto in pochi giorni, e tutti ne erano certi, se non che l'avvocato scelto dal tizio di cui sopra, proprio nel bel mezzo del dibattimento, per un errore di lingua inceppataglisi fra i denti, anziché “imputato” ebbe la sfortuna di chiamare il suo assistito imputappo, proprio in ragione della sua bassa statura. Il giudice, che fino ad allora era stato impassibile a qualsiasi mosca fosse volata sul suo naso, a sentir quello strano sostantivo e a pronunciarselo in testa associato a quell'uomo tanto basso, si mise a ridere a tal punto da non riuscire a fermarsi e così l'intera corte con tutti i suoi rappresentanti. E tanto risero e tanto occuparono i gabinetti per non pisciarsi addosso, nonostante le scuse del misero avvocato (anche lui quasi incapace di parlare per il dolore alla mascella), che il processo fu rimandato di un anno, a causa dei molti dibattimenti in corso, e il tizio normale, che era innocente, di nuovo incarcerato.
Cambiò avvocato, il basso e pover'uomo, ma tanto si era sparsa la voce dell'imputappo in tv, nei quotidiani e nei settimanali che l'anno seguente il processo nemmeno ebbe modo d'avere inizio tanto l'assemblea di chi doveva giudicarlo cominciò a sghignazzare, a ridere e a rovesciarsi sulle sedie nel vedere il fantomatico imputappo entrare in aula e cercare di difendersi dagli sguardi dei molti curiosi. Tornato in carcere fu dunque richiamato in giudizio l'anno seguente, sempre per la solita ragione. Nello stesso tempo furono costruiti altri 30 bagni in tribunale perché nell'ultima occasione qualche giurista, avvinto dalle risate, l'aveva fatta sulle colonne del bel loggiato.
Ricusò la corte, il basso e sfortunato uomo, ma non ci fu modo di dar avvio al processo almeno per dieci anni, il tempo che ci volle affinché i media e tutti i curiosi che cominciarono ad assistere al processo dell'imputappo per aver modo di farsi delle gran belle risate a spese di qualcuno potessero perdere la memoria di quello strano nome tanto divertente associato a quello strano uomo tanto basso da parere un tappo.
Al decimo anno, dunque, con un nuovo avvocato ed una nuova corte giudicante, il processo ebbe finalmente inizio e l'imputappo, tornato imputato, stava per essere assolto quando lui stesso, reso ostile a qualsiasi corte dai tanti anni di carcere preventivo già scontati, ebbe modo di peggiorare la propria condizione, già misera a sufficienza, chiamando il magistrato che lo giudicava col nome di cremastrato, in quanto quest'ultimo uomo dal riporto in testa a tal punto soffice e corposo da parere uno strato di crema ben spalmato sopra il suo naso.
S'offese, il cremastrato, e non solo interruppe il processo in corso, rimandando di fatto l'assoluzione del povero imputappo di un nuovo anno ancora, e forse più, ma lo citò in giudizio per offesa alla corte, dando avvio in tal modo ad un nuovo procedimento giudiziario contro l'imputappo che, come potrete immaginare, non fece che aumentarne la popolarità e dunque, proporzionalmente, incrementare l'ilarità della gente al solo sentir nominar quel nome.
In tutta questa confusione ci si mise anche l'avvocato dell'imputappo che definì aggiornalista un giornalista troppo compiacente nell'offendere il suo cliente; e questo s'offese e lo citò in giudizio non risparmiandosi di dare a sua volta a chi l'offendeva un nuovo nome, ovvero: avvitato, tanto l'avvocato dell'imputappo era alto e secco come una vite. S'offese l'avvitato e querelò l'aggiornalista nominando a sua volta un avvocato che fu ribattezzato da un giurato: avvotato in quanto avvocato in procinto di essere candidato alle prossime elezioni comunali. E via e via così facendo per altre innumerevoli occasioni tanto che si chiarì in quegli anni come mai in quello strano paese ci fossero così tanti processi in corso.
Per farla breve passarono vent'anni quando l'imputappo, su suggerimento del suo nuovo avvocato, detto annodato da un ciclista curioso e svergognato per gli strani nodi che riusciva a fare alla cravatta, fece appello ad un'antica legge di quello strano paese, da tempo non più usata, che permetteva a chiunque fosse di origine straniera di essere giudicato nella sua lingua d'origine. E l'imputappo, di madre, era straniero e così fu che, giudicato in una lingua nella quale la traduzione della parola imputappo non voleva dire proprio niente e non faceva ridere nessuno, fu assolto nel giro di pochi giorni e risarcito per tutti gli anni di carcere ingiustamente scontati. E così fece chi poté farlo e chi non poté cercò di farlo lo stesso tanto che ad oggi, in quel paese strano coltivato a cemento di gente metodica e pignola i processi si celebrano in non meno di diciottomila lingue e durano all'incirca dai 2 ai 3 giorni.

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