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Il giovane Re e le stelle

(ispirato da François-Xavier De Maistre, Spedizione notturna intorno alla mia camera, cap. XIV)

Il giovane Re e le stelle in una composizione di Gianni Micheli
Un mattino, un giovane Re di un paese lontano, svegliatosi che era ancora buio dal frastuono di una cornacchia, ebbe l'idea di affacciarsi alla sua finestra reale per tirare all'uccello una pantofola e poter riprendere il sonno. Ed era così, con la pantofola in mano e il braccio teso, in cerca della cornacchia, quando gli occhi, per caso, gli si affissero al cielo. Oh! Che meraviglia! Che turbamento lo prese! Il firmamento era limpido e le stelle, vicine dall'essere oscurate dal ritorno del sole, se ne stavano a banchettare luminose con gli ultimi piatti del rinfresco notturno.
Il giovane Re, che non aveva mai visto nulla di simile prima d'allora e mai aveva pensato che il cielo potesse esser pieno di tali incanti, rimase a bocca aperta, la pantofola gli cadde in giardino, e subito fu stretto da un pensiero, corse alla sua scrivania reale, impugnò la sua penna reale e scrisse un editto reale che così recitava:
«Da stasera fino a tutti i giorni a venire alla mezzanotte suoneranno le campane e ogni suddito, di qualsiasi età, sesso e condizione, dovrà affacciarsi alla più vicina finestra per contemplare le stelle e meditare sulle meraviglie del creato».
Il giovane Re era certo che i suoi sudditi avrebbero accolto l'editto con piacere, se non con gioia. Abituati a pagare tasse e gabelle per qual ragione avrebbero dovuto temere di guardare il cielo e riprendersi dai dolori e dalle fatiche del giorno perdendosi nella vista sublime della notte? Accadde invece che i sudditi non ne furono lieti, se non qualche bambino giocherellone e qualche fannullone senza casa. E il perché è presto scritto.
Poco tempo dopo, infatti, allarmati dal malcontento popolare, i consiglieri del Re chiesero udienza rivolgendosi al loro Sovrano con queste parole:
«Sua Maestà… l'altra notte, piovendo a vento, proprio alla mezzanotte, dalle finestre aperte è entrata l'acqua e molte case si sono allagate. Si sono così dovuti chiamare i pompieri e si è dovuta allertare la pubblica sicurezza. Per non dire che il cielo era oscurato e le stelle non si sono viste e non si è potuto, quindi, meditare se non sulla disgrazia di dover imbiancare i muri, ripulire i pavimenti e indossare in fretta dei panni asciutti. Ecco, non sarebbe possibile fare un'eccezione, al vostro editto, per le notti piovose o, più semplicemente, per quelle col cielo coperto?».
Il giovane Re, preso alla sprovvista, ci pensò su e rispose: «Potrebbe esser giusto e poi, a quel che ho visto io stesso, non c'è nulla di più pauroso e di più contrario alla meditazione di un cielo buio e senza stelle. Così sia fatto. C'è altro?».
Dissero allora i consiglieri, spronati da tanta benevolenza:
«Sire, noi pensiamo che sarebbe opportuno fare un'eccezione anche per quelle notti serene ma fredde che spesso si aggirano per le nostre contrade. L'altro giorno, ad esempio, non c'era in città un solo medico disponibile tanti erano i catarri e le influenze dovute alla meditazione notturna sul gelo, il freddo, i brividi e la pelle d'oca. Il giorno dopo gli uffici sono rimasti chiusi, le serrande dei negozi abbassate e la città si è paralizzata».
Il giovane Re, inconsapevole di tanto disagio, lui che viveva sempre nel suo palazzo, ci pensò su e rispose: «Potrebbe esser giusto ed ecco cosa faremo: imporremo al collegio dei medici e all'accademia delle scienze di fissare i gradi centigradi che potranno dispensare i miei sudditi dall'affacciarsi alle finestre».
«Certo, Sire – ripresero i consiglieri -, va bene, anche se costerà molto, ma sarà fatto. Tuttavia una dispensa speciale andrebbe scritta almeno per i malati. All'ospedale ne sono morti trenta, nel giro di un mese, per essersi esposti all'intemperie non appena operati senza avere il tempo di meditare se non, forse, sulla loro vescica piena».
«Ma certo! – esclamò il giovane Re, dispiaciuto per essersi dimenticato, nel suo editto, di una simile eventualità. – L'umanità e il benessere dei sudditi, soprattutto di quelli anziani e bisognosi, innanzi tutto. C'è altro?».
«Ecco - incalzarono i consiglieri - qualora Sua Maestà non abbia nulla in contrario, una simile dispensa potrebbe esser scritta anche per i ciechi, che non sono pochi, e gli ipovedenti in generale, che sono molti. Si figuri che poche sere fa un eccellente studente, miope per le tante letture, è morto sul colpo dopo esser caduto dalla sua terrazza cercando prima di veder le stelle, come da lei richiesto, e poi meditando su come recuperare i propri occhiali, caduti per essersi troppo esposto».
«Ma sì!» rispose il giovane Re, deluso che anche a questo non avesse pensato.
«E ci sarebbe ancora un bel problema senza soluzione…» ripresero i consiglieri, decisi ad arrivare fino in fondo alla questione.
«Quale?» domandò il giovane Re col volto esterrefatto.
«I bambini, entro un certo mese, dovrebbero poter dormire, a quell'ora, per non crescere disturbati e col collo storto. Ne abbiamo già visti otto che, a tal punto sono stati costretti a guardare il cielo, che più non riescono a tener chiusi gli occhi né a vedersi le punte dei piedi».
«È vero!» rispose il giovane Re senza più parole e, preso l'editto, davanti agli occhi dei suoi consiglieri, in un momento lo stracciò. Quindi, amareggiato, decretò che dall'alba dell'indomani tutte le cornacchie fossero scacciate dal suo regno.
Si racconta che da allora sia vissuto altri sessant'anni senza svegliarsi prima delle 10 del mattino, col sole ben alto in mezzo al cielo. E, per quel che se ne sa, i suoi sudditi non se ne sono lamentati.

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