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Il bosco digrignò i pini quando vide arrivare gli uomini della forestale, inviati dalla Comunità Montana. "Ecco pensò lo sapevo che non sarei arrivato ad un secolo. Sempre così. Non c'è il tempo di far nascere un fiore che subito ti abbattono per fare un mobile di cucina." Ma gli uomini furono gentili con lui e gli ripulirono soltanto il sottobosco, e alcune pietre antiche, e pochi rovi, intorno alla vecchia casina abbandonata dell'antico vivaio.
"Che succede?" Chiese un rovo ad un giovane ciliegio.
"Non so. Rispose il ciliegio. Cose così non ne ho mai viste!"
Gli uomini della forestale ripulirono attorno al vecchio muretto di pietra ma niente più. Poi scaricarono delle assi di legno e le portarono sul piano che avevano ripulito, e infine delle panche.
"Vorranno farci un posto di ristoro!" Disse un filo d'erba.
"Un ristorante?!" Rispose un ago di pino già a terra.
"Certo! Non vedi le panche? Concluse una margherita Tra poco porteranno i forni e la gente verrà qui a cuocere bistecche."
"Ohi ohi ohi! Esclamò un vecchio tronco rinsecchito Diventerò brace e mi sparpaglierò al vento. Brutta fine per i miei insettini!"
Gli uomini della forestale, invece, non portarono nessun forno, nessuna griglia e nessun tavolo. Solo panche, che impiantarono attorno alla casina abbandonata, e assi di legno, che riunirono insieme, a terra, sotto l'ombra, facendole combaciare per formare un semicerchio. Poi se n'andarono.
Nel silenzio una formica decise di fare amicizia. Si portò sopra le assi e chiese:
"Mi ricordi qualcuno
Chi sei?"
"Un palcoscenico!" Risposero le assi.
"Un parco isterico?" Chiese una tegola della casina, rimbambita dalla troppa ombra e dal troppo fresco.
"No! Un pal-co-sce-ni-co. Un teatro!"
La formica, allora, che riconobbe a chi somigliavano quelle assi per la forma e la composizione, si guardò intorno e iniziò a ballare.
"A che serve un teatro? È roba da succhiare?" Chiese una zecca, che se ne stava sopra un filo d'erba nell'attesa di una zampa.
"Serve per dormire?" La seguì una foglia.
"Certo non serve per gli alberi! Concluse un ontano dal fusto lungo e snello. Come potrebbe nascere un albero sopra quelle vecchie tavole!"
"Ehi! Bada a come parli! Lo riprese il palcoscenico. Le mie tavole non sono affatto vecchie. Sono solo stagionate. Devono esserlo perché su di me gli uomini recitano le loro commedie."
"Recitano le sedie! Che sciocchi" Disse la solita tegola.
"No! Le commedie! Le commedie!" Intervenne allora la formica, tutta sudata, concludendo la sua danza. Era una formica di città e sapeva bene cos'era un teatro. Quindi, per far contento il palcoscenico e la platea, si mise a spiegare al bosco cos'era e a cosa sarebbe servito.
"Speriamo bene!" Concluse uno degli anziani pini e poi fu notte e il bosco e il teatro si misero a riposare.
Alcuni giorni dopo passavo di lì quando sentii il bosco chiedere:
"Ehi, teatro, quando ci farai vedere qualcosa?"
"Già! Chiese anche una mosca che sospirava sopra una panca Siamo stufi degli spettacoli della formica! Vogliamo vedere qualcosa di nuovo! Qualcosa di diverso!"
"E io mi associo a questa cara amica!" Aggiunse la panca.
La formica, che era l'unica a conoscere l'uso di un palcoscenico, era lì sopra che insegnava danza alle sue amichette e già aveva in programma la tragedia Formichello da recitare nel prossimo autunno.
"Non so! Rispose il palcoscenico ridendo: tutte quelle formiche gli facevano il solletico. Per fare il teatro c'è bisogno degli uomini. Vedrete, prima o poi qualcuno arriverà."
"Per schiacciarci e rovinare tutto con cicche e rifiuti!" Disse un sasso lungo la strada, che di bottiglie di plastica e di cicche di sigaretta ne aveva viste di cotte e di crude.
"Ci vorrebbe qualcosa di nuovo!" Esordì una vespa, che zampettava sopra una fiore.
"Già! Da dove vengo il teatro lo fanno per i bambini! Disse allora la formica ballerina, interrompendo il suo plié. Raccontano storie ai bambini e i bambini siedono tutti attenti, e poi ridono e si divertono. È bello sentirli ridere tra le case, ma credo che tra gli alberi sarebbe la stessa cosa."
"Sì! Sì! Sì! Voglio sentire ridere i bambini!" Intervenne la zecca.
"Anch'io!" Disse il ciliegio.
"E io no? Biascicò uno dei vecchi sassi del muretto. In tanti anni che sono qui li ho visti sempre passare ma per colpa dei rovi che mi circondavano nessuno mi ha mai dato una carezza! Adesso che mi hanno ripulito, forse, posso anche diventare un loro amic
"
"Attenzione
Intervenne il pino anziano, dall'alto della sua verticalità. Siamo sicuri che i bambini non sporcano? Non puzzano? Non fumano? Non
"
"Certo che no! L'interruppe la formica. Sono bambini! I bambini corrono e gridano e scalciano e ridono. Ma in fondo sono piccoli cuccioli che giocano, che apprendono le arti per sopravvivere
non si deve fermarli!"
"Va bene! Disse allora il pino maestro. Ma come facciamo? Chi porterà i bambini?"
Fu allora che mi venne l'idea del Piccolo Tuk. Presi il quaderno che portavo dietro, appuntai qualche nota, e lasciai il bosco alla visione dello spettacolo della formica che danzava Il brutto formicaio.
Qualche giorno dopo ero ancora lì con Renato Li Vigni, della Libera Università dell'Autobiografia, e insieme decidemmo di organizzare una rassegna di favole narrate e suonate per adulti e, soprattutto, bambini. La rassegna si sarebbe intitolata Il piccolo Tuk, in omaggio a una favola di H. C. Andersen, e avrebbe raccontato ai bambini di Anghiari, ma non solo, favole di molte culture, a partire da quella locale, aretina, fino alle più lontane, dall'Europa, all'Asia, all'America.
Il bosco, durante il suo primo spettacolo di teatro, rimase a foglia aperta, ma si divertì. L'amico teatro, in fondo, era fatto come lui. Sì, c'era differenza, nel bosco danzava la natura mentre nel teatro danzavano gli uomini. Ma sempre danza era. Sempre gioco, e spasso, e gran piacere.
Prima dello spettacolo il palcoscenico, spazzato e ripulito dall'insostituibile Marta, fu preparato con un leggio coperto di stoffa nera. Mentre disponevo la stoffa lungo le assi sentii la formica che diceva alle sue compagne: "Guardate e imparate!" Mentre disponevo il tamburo sopra il leggio sentii il pino maestro che chiedeva: "Che roba è quello?", e la zecca che gli rispondeva: "Un tamburo!", e il ciliegio che domandava: "E a che serve?", e la mosca che lo zittiva: "Serve per fare musica, come il vento sulle canne, le foglie sulle foglie, le ali sulle ali. Ma non essere impaziente. Aspetta, e vedrai!"
Poi i bambini furono invitati a sedersi sopra le assi, per essere più vicini al narratore. Le panche non furono scontente perché su di loro rimasero seduti i genitori. E poi c'erano acqua e bibite, passeggini e nonni, giacche e cappellini.
Infine indossai i panni dell'attore e raccontai ai bambini e ai loro genitori, ma anche al pino maestro, al giovane ciliegio, alla zecca, alla mosca, alla formica e a tutti i loro compari le favole che avevo raccolto.
A spettacolo ultimato danzai insieme ai bambini la danza della formica, per tutto il bosco, e vidi la formica che mi guardava e annuiva con soddisfazione.