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Foto Alessandro Botticelli
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Quand'ecco arrivare dal folto del bosco un anziano signore. Correva, disperato, inciampando in ogni dove. I capelli arruffati. Le gote rossastre per la fatica. Gli occhi sbarrati per la gran paura.
"Aiuuutoooo! Aiuuutoooo! Chi è che suona? Presto, venite ad aiutarmi! Ho i ladri in casa! Mi rubano tutto! Tutti i ricordi! Tutti i miei sogni! Venite, correte, ma fate attenzione: è gente cattiva! Hanno un bastone!".
Gelsomino, d'animo generoso, rispose al richiamo e si presentò al signore.
"Un
corvo?" Disse il signore. "Un corvo
che suona?" Eh sì, un corvo, un corvo che suona! "Va be', non importa: mi puoi aiutare?"
Gelsomino annuì e si mise a pensare; e pensa e ripensa gli venne un'idea. Aprì la valigia, tirò fuori un tamburo e si incamminò verso la triste dimora colpendo lo strumento con un grande batacchio.
Vai, Gelsomino, vai! Più forte! Più militaresco! Devi fargli credere che dietro a te ci sia un intero reggimento di guardie, di fanti e di cannoni. Gli tremeranno anche le budella!
I ladri, che avevano un bastone ma erano dei gran fifoni, sentendo quel suono di marcia si spaventarono e scapparono via, nel fitto della foresta, pensando a chissà quale reggimento di polizia. Invece era solo Gelsomino, che suonava il suo bel tamburo.
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"Grazie! Grazie! Ti sono debitore!" Gli disse l'uomo una volta tornato a casa e continuò: "Voglio rivelarti un segreto. Io, un tempo, non ero così povero. Avevo terre, castelli, servitori ed un solo difetto: essere un padrone buono anziché crudele. L'ho pagato a mie spese. Un giorno si presentò un pellegrino al mio castello. Lo ospitai e lo rifocillai. Gli offrii anche dei soldi, affinché potesse proseguire il suo viaggio. Disse che andava ad un convento, a pregare. Bugiardo. Il pellegrino non era tale. Era Mortuo, il gigante, selvaggio e spietato più che una belva della foresta. Sempre in ansia. Sempre arrabbiato. Sempre con la bava alla bocca. Una volta conquistata la mia fiducia fece suo ogni mio avere e mi cacciò dalle mie terre senza darmi nemmeno un pezzo di pane. Da allora vivo qui, nella foresta, solo e impaurito, con i soli sogni e i soli ricordi di ciò che fui e che mai più sarò. Ma
aspetta un momento. Sei un corvo senza paura?"
Gelsomino ci pensò un po' e poi annuì.
"Bene, perché a quel gigante piace molto la musica. Forse
ecco, mi voglio sdebitare. Vai al mio castello e con le tue arti trova un modo per farne uscire Mortuo, il gigante arrabbiato, ed ogni avere che un tempo era mio sarà tuo. È semplice: una volta uscito lui non potrà rientrare. È un gigante forte, ma non sa aprire le porte. Tuttavia sii giusto e, anche se ti sarà possibile, non l'uccidere. Non voglio vendetta. Ciò che è stato non si può cambiare. Poi torna al castello. Nelle cantine c'è una porta segreta. Questa è la chiave. Aprila. Là dentro troverai il mio tesoro: tanto oro da arricchire un'intera nazione. Scacciato Mortuo sarà tuo."
Gelsomino non sapeva cosa rispondere ma, siccome non aveva un posto dove andare, decise che il castello poteva essere una buona meta e, presa la chiave, s'incamminò.