Una città industriale, un castello
pauroso, strani rumori, i fantasmi Lecconi,
persone scomparse e una coppia di fratelli in cerca di
lavoro. Che cosa potrà succedere?
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TRADUZIONI:
Bengalese -
Casanesco -
Rumeno

Ieri come oggi, a nord di
Dorn, città di commerci, di fabbriche e di
industrie, c’era un castello in cima a una
montagna in cui nessuno voleva entrare. Dicevano
gli abitanti di quel paese dedito agli affari e
alle compravendite: «Quel castello è abitato
dai fantasmi Lecconi!» e, al calar del buio,
chiuse le porte e le finestre, andavano a
nascondersi sotto alle coperte.
Un giorno di Natale arrivò
a Dorn un ragazzetto in cerca di lavoro
accompagnato dalla sua sorellina, tanto piccina
quanto birichina. Stavano riposando i piedi dal
lungo viaggio quando sentirono della leggenda
dei fantasmi Lecconi e tanto si misero a ridere
che decisero, all’istante, di chiedere
maggiori informazioni. Era già quasi notte.
«I fantasmi del castello si chiamano
“Lecconi” perché tutta la notte non fanno
che uno strano rumore… sluuurp… sluuurp…
sluuurp… come se leccassero qualcosa» disse
il portinaio dell’albergo dove avevano chiesto
di poter dormire.
«Vuol dire che avranno di che mangiare a
piacimento» rispose il ragazzo.
«E noi, quando c’è da mangiare cose buone,
non ci tiriamo indietro!» aggiunse la sorella.
«Ah! Volete forse entrare nel castello? -
domandò allora il portinaio, tutto un brivido
-. Nessuno di quelli che sono entrati è più
tornato!».
«Vuol dire che avranno di che star bene! –
esclamò il ragazzo e aggiunse: – E ormai che
l’ha detto saremmo dei gran fifoni se non lo
facessimo! E poi… non abbiamo nulla da
perdere!». Quindi, presa per mano la sorella, i
due s’incamminarono incontro al buio mentre il
portinaio già s’era buttato sotto al suo
bancone per proteggersi dalle prossime
maledizioni.
Il ragazzo e la sorella,
sebbene camminassero a tentoni nella notte senza
luna, arrivarono al castello in men che non si
dica e tanto rimasero colpiti da non credere ai
loro occhi. Era un castello alto tutto liscio su
cui la notte sembrava riflettersi come in uno
specchio. Ma soprattutto pareva morbido come un
panetto di burro. Tanto morbido che la
piccoletta ci volle infilare un dito e subito
c’entrò dentro con la mano e con tutto il
corpo.
«Per le caramelle rinsecchite!» esclamò il
fratello e via, anche lui, senza perder tempo.
Entrarono così in una grande sala illuminata a
festa. C’erano tavole apparecchiate,
bicchieri, piatti e posate. C’erano stampi per
i dolci e vassoi per le portate.
«Hai visto, che ti dicevo? - disse la piccola
con gli occhi sgranati. – Ci sarà di che
mangiare per giorni e giorni, almeno fino a
Natale!».
«E io ho già voglia di iniziare» aggiunse il
fratello leccandosi le labbra sporche del muro
del castello che aveva appena attraversato. Quel
muro, infatti, ce l’aveva ancora tutto
addosso: in viso, sulle braccia, sulle mani, sui
vestiti. Ed era buono e goloso. Dolce ma non
troppo. Amaro quanto basta. Appiccicoso sul
palato eppure scorrevole come un bel fiume.
Lo vide la sorella, leccarsi le mani e la
giacchetta e subito fece altrettanto leccandosi
una ad una le unghie delle mani. Sluuurp!
Sluuurp!
Che meraviglia! Che bontà! Sluuurp! Sluuurp!
Sluuurp!
Be’, non fecero che poche leccate che, come
richiamati da quel rumore, dalle molte stanze
del castello entrarono nel salone donne, uomini
e bambini, vestiti a festa, col volto lieto e le
lingue a penzoloni. E giù, anche loro, a
leccare pezzi di muro. A sporcarsi guance e
mani. A imbrattarsi fin sotto alle caviglie. E
poi alle tavole imbandite con ogni tipo di
pietanza, dalle paste alle insalate, dalle carni
alle gustose marmellate.
Finita la cena nessuno
aveva rivolto ancora la parola ai due nuovi
arrivati. Furono loro, allora, a domandare:
«Ma… siete voi i famosi fantasmi Lecconi?».
«Sì, siamo lecconi, come avrete notato -
rispose uno di quelli con un gran sorriso -,
ma… non siamo fantasmi. Quella è una burletta
che raccontano gli abitanti della città».
«E allora… chi siete e, soprattutto, cosa
leccate?».
«Siamo persone normali e lecchiamo del buon
cioccolato» disse un altro.
«Cioccolato? Ah! Ne abbiamo sentito parlare
solo nei libri. Buono! E perché non lo leccate
insieme agli altri?».
«Perché questo è un cioccolato assai
particolare: è il cioccolato del commercio equo
e solidale. Non è come quello che fanno gli
altri. Non tutti lo possono mangiare. Ci vuole
buona volontà e, soprattutto, ci vuole la
capacità di saper rispettare gli altri. E di
non sfruttarli per guadagnar più soldi. Mica
facile!» esclamò un terzo.
«È vero! E perché state chiusi in un castello
di cioccolato? E chi l’ha costruito?».
«Dunque – disse un quarto –: il castello
l’abbiamo costruito noi, interamente con il
buon cioccolato che riusciamo a produrre.
L’abbiamo fatto così, buono ma un po’
pauroso, per attirare fra di noi soltanto quelli
che sono davvero interessati a vivere in un
mondo dignitoso! E, per rispondere alla vostra
prima domanda, ecco… venite con me» e, così
concluso, l’uomo prese i due fratelli per mano
e, seguito dal corteo di tutte quelle strane
figure danzanti, li guidò dall’altra parte
del castello dove c’era tutto un altro mondo.
E i bambini andarono a giocare sui prati e i
genitori a lavorare per dei giusti compensi. E i
due ragazzi scelsero ognuno quello che volevano
fare.
Così
finisce questa storia ma così non la raccontano
gli abitanti della città di Dorn poiché per
loro, che si sappia, il ragazzetto e la sua
sorella, così come tutti quelli entrati nel
castello di cioccolato, non sono più tornati
indietro. E detto questo a loro basta.
(